%'Dynamic Link set domandaRecordSet = CreateObject("ADODB.RecordSet") domandaRecordSet.Open "select * from Products order by artista", ConnectString("dbk") set domanda = WrapRecordSet(domandaRecordSet) %>
|
|
|
CARLO
TOSI “CARAMEA” Leggerezza
sottopelle
"Vetro" magazine, numero 4, 1999
“Aspetta un attimo, finché ti spiego e basta non puoi capire. Aspetta... ti faccio vedere”. Carlo Tosi Caramea esce dalla stanza e chiede alla moglie Milena dov’è la “scatola”. Sono a casa sua, ed è da più di mezz’ora che lo sto “interrogando” su di sè, sulla sua vita, il suo lavoro, la sua storia personale, legata indissolubilmente - come quella di ogni grande maestro muranese - a quella dell’isola veneziana.
Nato nel 1929, inizia a lavorare nella fornace di Lino Nason a soli 9 anni - alla morte del padre Vittorio - per aiutare la famiglia, composta in quel momento, oltre alla madre, anche da cinque fratelli e quattro sorelle. A 14 anni e mezzo lavora già in prima piazza per mezza giornata alla scuola di Itamo Pustetto, che gli insegna a “far bestiole”, come racconta egli stesso. Nello stesso periodo riesce, talvolta, a lavorare con Alfredo Barbini ed osservarne da vicino le tecniche.
Ma la grande svolta - destinata a segnare l’intera sua esperienza professionale - arriva a 16 anni, quando su consiglio dello stesso Lino Nason e del fratello di quest’ultimo, Mario, cerca e trova la possibilità di lavorare in una fornace più grande, dove sfruttare al meglio ogni possibilità di apprendimento. La fornace è la “Barovier & Toso”, in mano allora ad Ercole Barovier, dove rimarrà per ben 32 anni. E’ qui che Caramea diventa quell’incomparabile maestro di leggerezza nel soffiato - specialmente nei bicchieri - che lo ha reso universalmente conosciuto per l’impalpabilità dei suoi vetri, sottili come bolle di sapone, ed altrettanto eleganti.
“Ecco...
vedi, è questo ciò che intendo. Qui non ci sono incollature,
questo oggetto non ha mai conosciuto lo stampo. questa è
soffiata; soffiata e lavorata interamente a mano”. Carlo
Tosi è tornato con la “scatola”, un contenitore di
cartone nato in origine per contenere un accappatoio, o un
telo-spugna, ed inizia a togliere la carta bianca da imballo
da uno degli oggetti che vi sono contenuti. Ne esce una
scarpetta in vetro, che appoggia sul tavolo: è piccolina, ci
entrerebbe il piedino di una bimba, ma perfetta nelle
proporzioni. Sono divertito: è la prima volta che intervisto
una persona davanti ad una scarpa. Penso che Cenerentola, una
volta sposato il suo principe, deve avergliela donata; questa
scarpina, assieme a quella che mi fa vedere subito dopo, deve
uscire per forza da qualche favola. “Una di queste mie scarpine - mi spiega - ha già avuto l’onore di finire in copertina. Fu, qualche anno fa, su richiesta dell’allora presidente dei Calzaturieri del Brenta; venne fotografata per una rivista di settore, e sotto ci misero una scritta: la miglior scarpa è quella italiana”. Si infervora, Caramea, quando parla di sè e del proprio lavoro. E’ legittimamente fiero del proprio operato, e lo mostra volentieri; minuto di corporatura, la faccia simpatica ed il sorriso furbo e soddisfatto, dimostra una grande vitalità - invidiabile - così come è invidiabile la leggerezza con cui porta i suoi settant’anni. I suoi bicchieri devono pur aver preso da qualcuno.
Un nuovo passo indietro, ancora da “Barovier & Toso”, dove il sedicenne Carlo Tosi diventa maestrino dopo soli tre mesi dal suo ingresso in fornace. Il ragazzo è sveglio, ha voglia di imparare, e lo dimostra sacrificando le sue ore di pausa per il pranzo sullo scranno, sotto gli occhi di Vittorio Toso Cangioro e Teto Ferro, cognato di Ercole Barovier, che di lì a qualche tempo passerà a lavorare da Longega (“ma se avevo bisogno di qualche consiglio - racconta Caramea - andavo in fornace da lui”). Anche Decio Toso rivestirà un ruolo importante nella sua formazione. E’ Ercole, comunque, che ad un certo punto si accorge di lui, lo convoca, gli propone di diventare maestro. Carlo ha circa vent’anni.
In lui è ormai già maturata la scelta del vetro soffiato su quello “massiccio”. Per lui rappresenta la più squisita tradizione muranese, un terreno difficile sul quale misurare le proprie capacità, spingersi dove nessuno è ancora arrivato. Il nome Caramea (che saltando a piè pari ogni tentativo di spiegazione, è né più né meno che la versione dialettale di “caramella”) si lega ben presto all’idea di bicchiere, di finezza nella lavorazione, raffinatezza nelle linee, e soprattutto di una leggerezza che presto diventa leggendaria. Ogni calice è un pezzo unico - pur all’interno di un servizio - ogni bicchiere conserva in sè una linea ed una proprietà talmente vicina alla levitazione da far dubitare che possa essere stato realizzato a mano. Il peso di ogni realizzazione varia tra i 30 ed i 35 grammi. Carlo Tosi inizia anche a sperimentare nuove tecniche.
“Oggi,
volgendomi al passato - spiega, mentre toglie la protezione di
carta bianca da due bicchieri usciti dalla “scatola
magica” - posso dichiararmi soddisfatto di quello che ho
prodotto, e di alcune mie ideazioni: come questa, della quale
esistono pochissimi esemplari”. Il bicchiere è
apparentemente semplice, senza gambo
e piede, un unico bevante a
cono tronco, ovviamente rovesciato. Lo guardo: è in
filigrana. No, anzi, è una sorta di doppia filigrana che si
intreccia tra la superficie interna ed esterna dell’oggetto,
una specie di reticello irregolare che - facendo ruotare il
bicchiere - crea degli effetti straordinari. Tutto in uno
spessore di un millimetro e mezzo, forse due. E’ molto
simile ad un goto da fornasa, ed è l’apoteosi della leggerezza...
Una
leggerezza che qualche volta, sul lavoro, gli ha creato
piccoli inconvenienti. Anche nella stessa ditta: “Carlo,
sono troppo leggeri”, gli intimano spesso dall’imballo,
“falli più pesanti, altrimenti chi riesce a spedirli in
sicurezza?”. E anche il tedesco Franz Pelzel, maestro
incisore alla “Salir”, si dichiara in difficoltà: i
bicchieri sono così sottili che si rompono, al momento
dell’incisione. Ma è una leggerezza che alla fine paga, e
lo rende famoso, tanto da onorare il Corning Museum di New
York con il frutto della sua ricerca. Lo stesso Pelzel (“Maestro Karamello, mi chiamava”, ricorda Carlo Tosi) gli propone di realizzare dei disegni ideati dal figlio per una esposizione alla Fondazione per giovani artisti Bevilacqua La Masa di Venezia. Caramea espone anche con Livio Seguso, collabora col pittore muranese Nuto Barovier per altre esposizioni, e con un altro Barovier, quell’Ercole che lo ha visto crescere nella sua fornace, sperimenta e realizza nuove tecniche e nuovi modelli. “Ercole non era solo un bravo designer - ricorda -, era una persona molto intelligente: comprendeva quando si doveva lasciar fare al maestro, capiva quando il maestro sbagliava. Con lui mi sono trovato davvero bene, non ho mai avuto bisogno di muovermi”.
E
non si può certo dire che le occasioni manchino: le fornaci
che se lo contendono sono decine, a Murano prima e
all’estero poi. Gli stessi muranesi cercano i suoi pregiati
servizi. Avere in casa dei bicchieri targati Caramea,
nell’isola, è indice di buon gusto e senso estetico.
l’Artista-designer Ettore Sottsass arriva a lui per la
realizzazione di alcuni oggetti, dopo una lunga ricerca, e si
commuove davanti ai suoi vetri. Collabora anche con Fulvio
Bianconi per alcune linee di Venini, e indirettamente con
Umberto Mastroianni. Ma rifiuta tutte le proposte di
assunzione al di fuori di “Barovier & Toso”. Fino ai primissimi anni Ottanta, quando con altri soci dà vita alla “Toso Vetri d’Arte”. Un’esperienza destinata a durate quasi un settennio, prima di andare in pensione. Ma Caramea può essere solo della stessa pasta degli altri maestri muranesi, e gli è impossibile dunque interrompere l’attività. Ancora oggi è invitato a dispensare consigli dimostrativi e insegnamenti nelle diverse fornaci di Murano.
“Oggi
però non c’è la disciplina e l’attenzione sul lavoro che
vigeva nei nostri anni - racconta - forse perché sono davvero
troppi gli interessi al di fuori dell’ambiente lavorativo.
Quando eravamo ragazzi noi - io, Livio Seguso, Licio Zanetti e
altri - si facevano delle vere e proprie gare di abilità.
Tutto era competizione, un po’ per gioco, un po’ sul
serio. Oggi si pretende poco, dagli altri e da se stessi, e i
risultati si vedono. Per altri aspetti devo riconoscere che
molti giovani non li ho ancora mai visti all’opera. E forse
anche i più bravi sono “nati tardi”: una volta nelle
fornaci si faceva scuola. In ogni fornace. E si studiava
disegno. Oggi manca la voglia di ricerca, la pulsione continua
a cercare di dare vita alla perfezione”. Tra le nuove leve della tradizione muranese del bicchiere ne nomina due, entrambe cresciute alla sua scuola: Davide Fuin e Sergio Tiozzo (“E’ un nuovo superman - dice di quest’ultimo - l’unico che davvero possa definirsi maestro, nel settore”). Un settore, dice ancora Carlo Tosi, nel quale non è sufficiente apprendere le tecniche ed impadronirsene: “Bisogna saper soffiare e tirare il vetro al massimo, e agire con estrema leggerezza, quando è ai limiti della finezza, quasi impalpabile. Occorre una sensibilità che non si apprende; bisogna averla dentro. Anche la leggerezza, quella non la si impara...”
Dalla
“scatola magica” saltano fuori altre meraviglie, come
delle murrine: “Queste, vedi - spiega il maestro - non sono
preparate come quelle che si vedono adesso nelle vetrine. Sono
state realizzate tirandole a mano, alla vecchia maniera,
assemblando a caldo le perle e fondendole direttamente sul
fuoco. Mi sono divertito a farle; per dire la verità, mi sono
sempre divertito - continua -, non ho mai pensato ‘che lunga
questa giornata’. Certo, si lavorava perché bisognava
lavorare, ma il fatto di voler creare, di ricercare, ha sempre
determinato in me una crescita sul lavoro. Ed è tanta, la
soddisfazione, quando qualcosa per cui si è lavorato tanto
alla fine riesce. Ma solo quando sia stato fatto da noi,
interamente con le nostre mani”.
“Oramai
faccio parte della cerchia dei veci
muranesi - continua Caramea
- gente abituata a pensare al lavoro ancora prima di
accingersi a farlo. Dal momento in cui prendo il vetro in
mano, l’oggetto è praticamente già finito, non ho
sorprese. A meno
che non mi cada per terra... Per me non è stato importante
solo il lavorare il vetro, ma essere conosciuto come uno che
lo fa alla maniera dei veci
muranesi”.
Una
filosofia, quella espressa da Carlo Tosi, che unisce la
necessità del lavoro alla dignità di dimostrare il proprio
valore prima di tutto a se stessi: “La mia attività, come
quella di molti altri maestri della mia età - spiega ancora -
è stata sempre pervasa da una grande lena, e da una grande
voglia di ‘arrivare’. Se riuscivi a diventare
‘qualcuno’, lo stipendio aumentava, ed erano anni in cui
ciò era importante. Ma non era solo quello... Mi sono voluto
spingere dove nessuno poteva raggiungermi, nel mio settore;
oggi sono soddisfatto, perché sono arrivato dove non avrei mai
creduto, un tempo”.
Una
filosofia ed una disciplina “vecchia maniera” che lo hanno
spinto sempre a rifiutare numerose proposte - benché
allettanti - provenienti dall’estero: “L’arte non è mia
- dice ancora Caramea - io l’ho solo appresa. E’ di
Murano, dei veci
muranesi. E deve rimanere qui. Per questo, ancora oggi, non mi
sento di accettare nessuna delle proposte di collaborazione
che arrivano da ‘fuori’, anche se estremamente vantaggiose
sotto il profilo economico”.
Chi
vuole, insomma, venga a vederlo lavorare a Murano: come fecero
la Regina di Svezia ed il Presidente francese Jacques Chirac -
fra gli altri - davanti ai quali Caramea
è stato chiamato ad esibirsi. Con la consueta leggerezza che
lo contraddistingue. Una leggerezza quasi perfetta, che però
ha sempre più il sapore del passato. Alla domanda su come
infatti veda la leggerezza di oggi, e quella di domani, Carlo
Tosi Caramea ha una sola risposta: “Non è più quella di
ieri...”. Alberto
Toso Fei ©
maggio 1999 Testo cortesemente concesso da "Vetro", Murano |
"Cliccate" qui per vedere i calici di Carlo Tosi "Caramea" attualmente disponibili >>>
Per informazioni contattateci